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Davide Dormino

Davide Dormino, ph. Luis do Rosario

Davide Dormino è nato a Udine nel 1973. Vive e lavora a Roma.
L’artista si esprime principalmente attraverso la scultura e il disegno, cercando nuove forme e sfruttando le possibilità liriche e plastiche di materiali come il marmo, il bronzo e il ferro.
Nei suoi lavori di arte pubblica e ambientale si ritrova una tendenza alla monumentalità (Poltergeist, 2019) e alla presa di possesso dello spazio (Naviganti_Monumento all’immaginazione, 2017). In ogni suo lavoro, inoltre, compare una ricerca di senso, attraverso il riferimento a tematiche imprescindibili per l’Uomo (Atlante, 2019).
Ha realizzato opere ambientali in Italia e all’estero tra cui Breath (2011), per incarico delle Nazione Unite, installata permanentemente nella North Lawn del quartiere generale delle U.N. a New York. Anything to say? (2015) è una scultura itinerante dedicata al coraggio e alla libertà d’espressione che ha iniziato il suo percorso da Berlino (Alexanderplatz) il 1 maggio 2015 e, successivamente, si è spostata in 24 piazze delle principali capitali europee, compresa l’Australia. Per quest’opera ha ricevuto nel 2016 il Prix Éthique dall’organizzazione francese AntiCor.
Ha realizzato opere permanenti in Italia a all’estero, ha partecipato alla Biennale della Pietra in Portogallo (2003, 2005), alla 5a edizione de La Escultura en Norte in Spagna (2009) alla XIV Biennale d’Arte Sacra (2010), Un’Ita-Italian Artists in New York (2011) ad Ostrale 012 a Dresda in Germania (2012).
Ha esposto al C.I.A.C di Genazzano, Roma (2008), all’Accademia dello Scompiglio, Lucca (2010), alla Venaria di Torino (2013), al Castello di Rivara (2013), alla Fondazione Volume! (2022)
Dal 2002, insegna Disegno, Scultura e Installazione alla R.U.F.A. Rome University of Fine Arts.

https://davidedormino.com/

DAVIDE DORMINO. SEMI
SPECIAL PROJECT. Fortezza del Priamàr

Semi è uno degli Special Project della seconda edizione di CONNEXXION, un progetto site-specific ideato da Davide Dormino per l’area esterna della Fortezza del Priamàr, che sarà presentato il 25 aprile in contemporanea a Savona (R)ESISTE.
L’opera, in argilla cruda, verrà realizzata in modo corale e partecipato dall’artista, coadiuvato da una classe dell’Istituto Artistico Arturo Martini, nei giorni precedenti il 25 aprile, in un laboratorio della durata di tre giornate realizzato in collaborazione con il Museo della Ceramica di Savona.
Una citazione del poeta greco Dinos Christianopoulos, scomparso nel 2020 – “Hanno provato a seppellirci non sapevano che eravamo semi” – prenderà forma attraverso 49 lettere alte circa 80 cm ed occuperà uno spazio di 7 metri x 7. L’opera che dà forma ad uno statement potentissimo e sempre attuale, legato alla resistenza in senso universale, rivisita anche l’atavica rivalità tra i genovesi, che costruirono l’imponente fortezza, e i savonesi.
L’installazione Semi si colloca a pieno titolo nelle riflessioni portate avanti dal Festival sin dalla sua prima edizione, legate ad un’evoluzione dei canoni legati alla monumentalità (un’opera orizzontale, godibile dall’alto, la cui “durata” è decisa da fattori esterni come quelli climatici, essendo essa destinata ad essere riassorbita dal terreno) e alle diverse modalità di preservazione della memoria.
L’opera è concepita come intervento temporaneo in quanto destinata – in funzione del meteo, dell’umidità del terreno e di una serie di variabili esterne (getti dell’impianto di irrigazione, ad esempio) – a modificarsi nel corso dei giorni, fino al completo riassorbimento nel terreno.

 

Intervista a DAVIDE DORMINO di Giulia Andrea Gerosa

Davide Dormino ricerca nelle sue opere scultoree una dimensione monumentale, sia contenutistica che formale. Egli si interroga su temi universali quali la libertà di espressione e il coraggio, caratteristiche che possiamo ritrovare in una delle sue opere più celebri: Anything to say? (2015), scultura itinerante dedicata all’attività sovversiva ed eroica dei whistleblower. La stessa carica espressiva ed indagatrice viene riposta nelle opere Per uno sguardo libero…, presente nella mostra Dialoghi intorno alla libertà, presso il Museo Sandro Pertini e Renata Cuneo, e in Semi, Special Project del Festival CONNEXXION.

Raccontami la tua poetica artistica: cos’è per te larte e quali sono le tue ispirazioni?
Ritengo che l’arte sia una delle discipline più rigorose e per questo mi approccio ad essa “da soldato”; mi sveglio presto e inizio il mio allenamento quotidiano, che è parte integrante della mia ricerca. Mi “tengo in forma” disegnando, sempre.
Credo che l’immaginazione e la creatività siano gli strumenti maggiormente incisivi che esistano, soprattutto in un’epoca storica come quella che stiamo vivendo. Stiamo perdendo la capacità di trasferire il nostro immaginario nella realtà, come se ci fossimo addomesticati, o peggio, intorpiditi. Il dovere dell’arte è rendere visibile e tangibile lo spirito del tempo. Oggi, il mio compito, in quanto artista, è quello di resistere alle tendenze volubili. Le mie opere sono un atto di resistenza, volto a difenderci dall’ignoranza e dalla rapidità della nostra società, indirizzata sempre più verso l’immateriale.
Traggo le mie ispirazioni dal mondo che mi circonda, nell’ottica di raccontare lo Zeitgeist. Sono molto appassionato di ciò che accade dentro e fuori di me, seleziono cosa raccontare in base alla mia sensibilità e alla mia attitudine, come un filtro. Attraverso il mio lavoro pongo una lente d’ingrandimento sugli argomenti per poi mostrarli ai fruitori, cercando di far destare in loro un senso critico, ormai anestetizzato.

I temi del festival CONNEXXION sono la libertà, la memoria e lidentità. Quale interpretazione ne hai dato per Dialoghi intorno alla libertà?
Per me, la libertà è principalmente la sovranità di ogni artista di potersi esprimere come più desidera: ognuno di noi cerca di lavorare per la libertà e in libertà. L’identità è ciò che siamo oggi, frutto di quanto abbiamo acquisito nel nostro vissuto. La memoria è quel qualcosa che ci viene trasmesso sia volontariamente che involontariamente, attraverso il nostro DNA culturale e territoriale.Le opere Per uno sguardo libero… e Semi vertono su questi temi per me cruciali e particolarmente sentiti. Ho scelto appositamente il medium scultoreo – nel caso di Semi, a carattere installativo e impermanente – perché ritengo che la scultura sia una pratica poco pratica (ride). Questo poiché l’arte in primis è poco pratica; chi la sceglie sa che si dovrà interfacciare con problemi di vario genere, sia nel processo creativo che nella risposta del pubblico, ma proprio per tale ragione è interessante e stimolante. Credo che solo facendo un’arte in-conveniente e innovativa, spigolosa e al contempo scivolosa, si possa rappresentare lo Zeitgeist e, di conseguenza, risvegliare pienamente lo sguardo critico presente in ognuno di noi.

Le tue opere rimandano ad unepoca buia della storia italiana, come hai trattato un tema tanto delicato, il fascismo, senza cadere in luoghi comuni e cliché?
Entrambe le mie opere sono incentrate sul periodo fascista, ed in particolare sulla Resistenza. Partendo da una formulazione ex negativo di ciò che è stata quella parentesi oscura della storia italiana, ho tentato di restituire una speranza, la stessa in cui intellettuali ed artisti dell’epoca confidavano, ossia la possibilità di una rigenerazione per un futuro migliore. Da questa considerazione deriva il parallelo con il mondo naturale: i semi vengono posti sotto terra, abbandonati, ma dopo un determinato periodo di isolamento, riescono a rinascere, generando una nuova vita. Così è stato per i politici e gli intellettuali della Resistenza, i quali hanno dovuto far fronte a una fase storica complessa e soffocante. Tuttavia, i loro sforzi e desideri hanno mostrato che, anche nei periodi più bui, è possibile spargere il seme della fiducia.

Nonostante le dimensioni modeste, Per uno sguardo libero… è dotata di unimponente forza espressiva, da cosa deriva?
Entrambi i lavori presenti in Dialoghi intorno alla libertà richiamano esplicitamente la Natura e la sua abilità di rinnovamento.
Per uno sguardo libero… è una scultura in bronzo di un pollice e un indice a grandezza naturale, che stringono un seme. L’opera riprende la gestualità del seminare, l’attenzione che viene prestata al singolo chicco, fonte inestimabile di vita. Allo stesso tempo, si viene a creare un gioco di rimandi altri, poiché le dita, così disposte, formano un mirino, una sorta di cannocchiale antropomorfo. L’opera-strumento è stata pensata per inquadrare la rotta verso Ventotene, luogo in cui Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi scrissero, durante il loro confino fascista, il celebre Manifesto di Ventotene: un inno alla libertà che getterà le basi dell’Europa unita e democratica.

Lopera Semi verrà esposta il 25 aprile 2024, come si inserisce nel contesto della Fortezza del Priamàr?
Semi è un lavoro a cui tengo tantissimo. Si tratta di un’installazione site-specific, disposta nel prato adiacente all’Area Archeologica esterna della Fortezza, che verrà realizzata da un gruppo di studenti del Liceo Artistico Arturo Martini, in collaborazione con il Museo della Ceramica di Savona. Essendo un’opera pubblica, è anche un atto politico, che supera i confini della propria durata temporale, limitata alla “resistenza” del materiale scelto.
La citazione del poeta greco Dinos Christianopoulos è una frase cara ad ogni tipo di resistenza, e si inserisce perfettamente anche in questo contesto geografico, rimandando alla faida fra Genovesi – coloro che hanno costruito la Fortezza – e Savonesi.
A differenza di altre opere realizzate con materiali permanenti, mi interessava la delicatezza formale dell’argilla cruda, unita alla raffinatezza contenutistica della frase di Christianopoulos, portatrice di un valore massimo e assoluto. L’opera verrà poi riassorbita dal terreno: sarà come gettare i semi di una nuova Resistenza internazionale.

Quale relazione sussiste fra le tue opere e il luogo in cui sono accolte?
Entrambe le opere sono state posizionate dopo un attento sopralluogo, nel quale ho potuto ascoltare lo spazio, comprenderlo e comprendermi.
Ho deciso di collocare Per uno sguardo libero… di fronte alla scultura di Giovanna D’Arco, realizzata da Renata Cuneo. La mia opera pone un focus, fisico e simbolico, su una figura dissidente – “categoria sociale” da me molto amata – ante litteram, suggerendo un dialogo che supera i confini spazio-temporali. Durante lo stesso sopralluogo, quasi per caso, ho individuato il prato esterno della fortezza: ho pensato che fosse perfetto per accogliere Semi e la sua estemporanea impermanenza.
Mi piacciono i contrasti ambientale/minuscolo, dentro/fuori: mi sento come se ogni volta osservassi un qualcosa dentro me stesso, con un microscopio, e poi la proiettassi all’esterno, con un telescopio. Credo che la monumentalità si possa esprimere sia in grande che in piccolo.