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Armida Gandini

Armida Gandini

Armida Gandini è nata a Brescia nel 1968. Vive e lavora a Verolanuova (BS).
Al centro del suo lavoro è il tema dell’eredità culturale, declinato mediante linguaggi diversi e complementari. Approfondire un soggetto attraverso varie prospettive è un modo congeniale per attuare una riflessione che diventa allestimento nello spazio. Negli anni ha affrontato tematiche relative all’umano, come quelle dell’identità, del viaggio, del confine, in uno scenario che si fa sempre più complesso sia dal punto di vista sociale che antropologico. Rimane costante il rapporto con la letteratura e con il cinema, che rappresentano una suggestione importante e dialettica.
Ha partecipato a residenze d’artista in Europa, in Thailandia e in Camerun. Nel 2009 il progetto Noli me tangere viene selezionato per il Premio Gallarate, entrando a far parte della collezione del MAGA e nel 2018 il video Pulses vince il Premio Paolo VI per l’arte contemporanea. Nel 2022 Vanillaedizioni ha pubblicato il catalogo Mi guardo fuori dedicato alle madri della cultura e, in occasione dell’ultima personale La terra e le fantasticherie, è uscita la monografia Armida Gandini edita da Skira.

www.armidagandini.it

CELLA EX CARCERE SANT’AGOSTINO
Il numero 34 e il numero 27

Nelle prigioni l’aria è densa. Armida Gandini pensa di colore rosso la concentrazione spaziale della cella. Il rosso della resistenza e dell’energia che implode, segno di urgenza ma anche di contagio, qui simbolizzato dal cordone intrecciato che fuoriesce dalla cella: un prolungamento del corpo, una richiesta di aiuto. Ma anche un invito ad entrare e a sostare per vivere l’esperienza del luogo reale della prigione, attraverso l’esperienza della prigione possibile. Ossia la prigione letteraria, vissuta e narrata. Una voce accoglie lo spettatore raccontando una storia fatta di tante storie, quella della detenzione di Edmond Dantes e del suo incontro con l’abate Faria nel Conte di Montecristo di Alexander Dumas, il numero 34 e il numero 27 del titolo. La negazione del nome proprio in favore di un numero consente di estendere il racconto ad altre storie, siano esse reali o di finzione; un collage di brani provenienti dalla letteratura del carcere e dal carcere: più ne leggiamo e più troviamo le chiavi per interpretare quei luoghi dell’esclusione, ma anche la Storia in senso più generale. Gandini unisce i frammenti, mette a confronto interpretazioni ed esperienze provenienti da contesti diversi per arrivare ad una percezione più complessa della realtà, che solo la pluralità dei sentimenti può restituire. L’incontro salvifico di Dantes con Faria è l’incontro con il maestro, a partire da quello di Sandro Pertini con Antonio Gramsci nel reclusorio di Turi, illuminante e fecondo. Incontro del quale si sente l’urgenza in un mondo in cui è ancora troppo flebile la prospettiva di libertà.

Intervista ad ARMIDA GANDINI di Nicoletta Biglietti

La libertà, la definizione di sé e dell’altro e poi un’urgenza: quella di rendere manifesti gesti e azioni affinché non siano dimenticati.
È nell’ambito della seconda edizione di CONNEXXION. Festival Diffuso di Arte Contemporanea che si origina la mostra – curata da Livia Savorelli – dal titolo Dialoghi intorno alla libertà al Museo Sandro Pertini e Renata Cuneo di Savona, in cui Armida Gandini esprime la sua poetica in modo delicato ma deciso.
Abbiamo approfondito insieme all’artista le tematiche principali della sua ricerca.

Da cosa nasce il desiderio di un workshop dal titolo MADRI, PADRI: il potere generativo dei Maestri che guarda al passato in un tentativo di spiegare il presente e, soprattutto, il futuro alle giovani generazioni ?
Il workshop che ho progettato per gli studenti affonda le radici in progetti seriali intitolati rispettivamente IN BUONE MANI, dedicato ai padri spirituali e MI GUARDO FUORI, dedicato alle madri della cultura: in queste due occasioni ho visualizzato il mio omaggio a coloro che considero riferimenti a livello artistico, intellettuale, esistenziale. Madri non in senso biologico ma in quanto generatrici di pensiero nella scienza, nell’arte, nella letteratura, nell’attivismo civile, con le quali ho attuato un processo di immedesimazione sovrapponendo i miei occhi ai loro, il mio sguardo – plasmato dalle loro anime – al loro, in un anelito all’“osservare il mondo” secondo la loro stessa “visione di realtà”.
Un processo simile l’ho applicato ai padri spirituali in un progetto fotografico work in progress, in cui le mie mani lambiscono i volti di figure cardine nella mia formazione artistica e umana.
Da qui il desiderio di condurre i ragazzi ad individuare i propri maestri e maestre, con l’auspicio che tali incontri – generativi e fecondi – siano un invito a guardare il mondo da prospettive più ampie rispetto ai modelli mediatici che la società dello spettacolo impone.

Nell’installazione inedita e site-specific dal titolo Sotto mentite spoglie, delle leggere sculture di partigiane si innestano tra le piccole opere di Renata Cuneo presso il Museo Sandro Pertini e Renata Cuneo di Savona. Un invito silenzioso a guardare quelle donne che, in nome della libertà e della patria, rischiarono la propria vita. Questa installazione quali riflessioni dovrebbe generare nel fruitore?
Nel contesto del Museo dedicato a Sandro Pertini e Renata Cuneo, ho proposto un’installazione in cui leggere sculture di carta stampate, incise e piegate, sfidano la forza di gravità sottolineando l’urgenza di alzarsi e prendere posizione. Rappresentano volti e corpi di donne partigiane savonesi che hanno partecipato alla Resistenza. Donne la cui vita era costantemente a rischio per il pericolo di essere arrestate, torturate, fucilate. Da qui il rito di adottare un nome “di battaglia” per proteggere se stesse e i loro compagni in caso di cattura. Negare la propria identità non significa annullarsi nel contesto della Resistenza, non esistere, ma costituirsi come un “diverso”, nato una seconda volta, un’altra modalità di essere all’interno di un processo che aspira al riconoscimento dell’identità. Le figure degli STAND UP prendono corpo nello spazio, lo fanno vincendo la vulnerabilità dello stare in piedi e lasciando dietro di sé un vuoto, che è l’inevitabile conseguenza di uno strappo, di un distacco. E in questo sollevarsi si gioca la sfida a resistere, ad uscire allo scoperto, a mostrarsi pur nella clandestinità, ad agire pur mimetizzandosi. Per questo motivo ho progettato di collocare le fragili sculture di carta nelle teche di vetro in rapporto alle sculture di Renata Cuneo; sguardi che si alzano per attirare l’attenzione dello spettatore, ma con discrezione: defilati, antimonumentali, in bianco e nero, i non colori di una memoria che si affaccia sul presente e si fa avanti chiedendo di essere presa in considerazione. Silenziosamente, ma con determinazione, questi volti invitano ad essere guardati. Lavorando al concept dell’installazione, ho sentito poi l’esigenza di ampliare il progetto inserendo nomi e volti della Resistenza bresciana, per creare un ponte tra il territorio di Savona e quello delle mie radici. Un ulteriore passo è stato quello di connettere il passato all’attualità, addizionando tra i volti anche quelli delle donne iraniane che – a partire dalle manifestazioni del 1979 – hanno dato il via al dissenso e all’azione collettiva. Se le immagini delle partigiane europee sono sedimentate nella memoria storica, apparendo in bianco e nero, le fotografie delle donne iraniane sono state virate in rosso – una cromia che per me indica necessità, urgenza, dolore, rabbia – per esprimere un presente in cui i concetti di identità e dignità di persone libere sono gravemente compromessi. La storia si ripete, i diritti acquisiti non lo sono per sempre e le donne hanno un ruolo fondamentale nella prospettiva di attuare dei cambiamenti.

All’ex carcere Sant’Agostino, il Rosso è il punto cardine di un progetto che esplica il concetto di libertà e di “unione”. Da cosa è scaturito il desiderio di affrontare due temi così affini ma, al contempo, così apparentemente lontani?
Il rosso è il colore della Resistenza. Ma anche quello dell’energia che implode. Della Vita in un luogo in cui Vita non sembra essercene. E di colore rosso penso la concentrazione spaziale delle celle. Lo spettatore sarà accolto da una voce che racconta una storia fatta di tante storie e invitato a vivere l’esperienza del luogo reale della prigione attraverso quello della prigione possibile. Ossia la prigione letteraria, vissuta e narrata. Ho progettato di lavorare su un racconto di detenzione, costruendolo mediante un collage di brani estratti da libri che rimandano al contesto, all’atmosfera, alle situazioni emotive della storia di partenza: unire i frammenti, mettere a confronto interpretazioni ed esperienze provenienti da contesti diversi, per arrivare ad una percezione più complessa della realtà, che solo la pluralità dei sentimenti può restituire. Nello specifico ho scelto di partire dai capitoli della prigionia di Edmond Dantes e dal suo incontro con l’abate Faria nel Conte di Montecristo di A. Dumas. Di nuovo faccio riferimento ai maestri e alle maestre, al loro sguardo acuto sul mondo e al dono che questa letteratura del carcere e dal carcere rappresenta per l’umanità: più ne leggiamo e più troviamo le chiavi per interpretare quei luoghi dell’esclusione, ma anche la storia in senso più generale. Il riferimento iniziale riguarda l’incontro che Sandro Pertini fece con Antonio Gramsci nel reclusorio di Turi, l’incontro liberatorio con il maestro, di apertura e di trasporto. Incontro del quale si sente l’urgenza in un mondo in cui è ancora troppo flebile la prospettiva di libertà.