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Alberto Gianfreda

Alberto Gianfreda, portrait, 2023, ph. Mattia Santini, courtesy of the Antonio Verolino Gallery

Alberto Gianfreda è nato a Desio (MB) nel 1981. Vive e lavora a Milano.
Nel 2003 si diploma in scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove si specializza nel 2005 in Arti e Antropologia del Sacro, per poi completare la sua formazione alla TAM sotto la direzione di Nunzio Di Stefano. Dal 2005 ha insegnato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, poi Firenze, Carrara e attualmente Bologna. Nella sua attività espositiva sono da segnalare mostre collettive e personali in luoghi significativi come nel 2008 presso La Manica del Castello di Rivoli per Real Presence a cura di Biljana Tomic e Dobrila De Negri e con lo stesso programma ha partecipato agli eventi collaterali della Biennale di Istanbul nel 2011. A Londra ha esposto le sue opere alla Estorick Collection nel 2018 e nelle sedi italiane al Museo Canova di Possagno nel 2014. Nel 2018 è invitato a partecipare alla Biennale di Shenzhen e nel 2021 alla Biennale di Jingdezhen (Cina) e si è appena conclusa una sua personale al Museo Nazionale Sloveno di Lubiana
Sono inoltre presenti sculture pubbliche in luoghi significativi come Tavola di condivisione a Palazzo Lombardia, Milano e l’intervento di adeguamento liturgico per la chiesa storica dei Tolenti a Venezia. Nel 2023 assieme a MIC, Museo internazionale della ceramica, Faenza è vincitore del PAC, Piano per l’Arte Contemporanea del Ministero della cultura, che ha portato l’opera ITALIA ad entrare in maniera permanente nella collezione del museo.
Dal 2018 ha ideato e coordinato il progetto di ricerca sperimentale Leggere il territorio con l’arte in collaborazione con il MAC di Lissone per definire una metodologia utile a includere l’arte nei processi di pianificazione urbana, attività documenta sul www.leggereilterritorio.com.

www.albertogianfreda.com

Intervista ad ALBERTO GIANFREDA di Simone Terraroli

Il lavoro scultoreo di Alberto Gianfreda indaga, mediante la realizzazione di sistemi di assemblaggio mobili e variabili, la specificità del singolo momento nella scultura in relazione allo stato della sua materia. Importante per l’artista è la capacità di quest’ultima di adattarsi e di mutare.
Negli ultimi anni ha dedicato particolare attenzione all’individuazione di mezzi che consentono dialoghi tra le varie discipline artistiche. Gianfreda pone anche molta attenzione al ruolo della scultura nella pianificazione urbana e architettonica, riflettendo sulla sua funzione pubblica e sull’importanza del ruolo attivo e della responsabilità sociale affidata all’arte.

Parliamo della tua ricerca artistica: cos’è per te fare arte?
È un modo per conoscere il mondo e di mettermi in relazione con l’altro, forse con l’oltre che non vedo.

Qual è la parte che più preferisci del tuo lavoro?
Quella che non conosco. Il senso di scoperta, quando quello che hai messo nel mondo ti rivela qualcosa e, allo stesso tempo, ti fa sentire di appartenere a qualcosa d’altro. Quel filo rosso che ti mostra che stai andando avanti, ma in continuità con chi ti ha preceduto.

Negli ultimi tempi stai lavorando con la ceramica, in che modo impieghi questo materiale, quali sono i suoi significati?
Le ceramiche nascono dall’esigenza di trovare un soggetto connotato da una forte identità. L’approdo a questo materiale è stato graduale. Ci sono state fasi precedenti importanti, come i lavori realizzati con il marmo, materiale per me simbolicamente legato alla storia della scultura. Frammentare una lastra di Carrara è stato come rimettere in discussione la storia dell’arte. Lavorando sui marmi potevo attuare cambi di forma continui ma mi sono interrogato su che cosa continuiamo ad adattare e trasformare. Da lì è nata la necessità di adottare un materiale, un oggetto, transculturale e transtemporale, come il vaso. Questo è stato infatti il primo elemento iconico selezionato per sviluppare la ricerca sui temi dell’identità e dell’adattamento attraverso un serrato processo di rottura e ricostruzione della ceramica.
Il processo di distruzione non è un atto violento, seppur radicale, ma un gesto necessario da condurre con amore. La rottura deve essere controllata in modo da lasciare ai singoli frammenti la possibilità di rimescolarsi con altri.
Nel mio gesto coesiste la dimensione di responsabilità con quella ironica.
La rottura e il frammento negli anni recenti sono diventati un vero e proprio linguaggio nell’arte contemporanea, basta pensare ad Ai Weiwei o, per restare in Italia, a Marcello Maloberti, che da anni perpetrano la distruzione come punto finale del processo.
Oggi è tempo di ricostruire quei frammenti, di ricongiungerli, di prendersene la responsabilità.
I miei frammenti sono ricongiunti per restituire loro una condizione nuova: nella frattura nascono sempre nuove potenzialità. Se due oggetti integri vengono posti in relazione l’uno con l’altro esiste sempre un rapporto principale e uno subordinato, c’è sempre un ordine, mentre tra i frammenti scompare l’ordine di forza. Si crea la possibilità di costruire dei nuovi interi.

Nel 2020 hai realizzato una mostra molto affine come approccio a Frammenti. Atti di conservazione per un futuro di libertà (Civico Museo Archeologico, nell’ambito di CONNEXXION). Cos’è stata Mirabilia?
Mirabilia è nata in relazione a un luogo a cui sono legato, le origini della mia famiglia sono in Puglia e ci tenevo che le sculture arrivassero in quei luoghi. La mostra ha trovato spazio nel Museo Civico Archeologico “Emanuele Barba” di Gallipoli e aveva come obiettivo il dialogo tra i frammenti delle sculture con quelli del museo a innescare un dialogo talmente stretto da confondere il mio intervento con le opere lì conservate; per creare una dimensione intrigante che unisse passato e presente, un rapporto tra archiviazione e frammento dell’oggetto, un cortocircuito temporale.
Per la mostra sono state presentate le ceramiche frammentate e le terrecotte, che realizzo tramite un antiprocesso: il metallo e la terracotta, che compongono l’opera, vengono cotti insieme. Mi interessa, in questo senso, il determinarsi della forma nella relazione dei materiali: la terracotta produce esplosioni a contatto con il ferro, a mille gradi i due materiali raggiungono la loro massima conoscenza, sono entrambi magma. Fuori dal forno, ciascun materiale torna alla sua identità originale di ferro e terracotta ma ormai è la relazione a determinare quella unica forma possibile.

Cosa significano per te i concetti di libertà, memoria e identità? In che modo hai messo in relazione la tua esperienza, il tuo vissuto con le tematiche di CONNEXXION?
Sono temi centrali nella mia ricerca. L’identità è ciò che sopravvive all’azione estrema della distruzione. Ha a che fare, da una parte, con una specie di “anima” indistruttibile che permane e che rende profondamente riconducibile alla sua origine ogni singolo frammento che lo compone. Dall’altra, invece, l’identità è qualcosa che si fissa nell’altro, in questo senso, sempre virgolettando il termine, dico “un’immagine”, valida per la collettività che supera la sostanza materiale della forma. Senza dubbio questo persistere intreccia il tema della memoria, che non è qualcosa che ha a che fare con la fissità, ma piuttosto con la capacità di quella persistenza dell’identità di adattarsi e di ritornarci in tante forme differenti, ma sempre uguale a sé stessa. La libertà, invece, è strettamente legata alle prime due parole: il restare, con il permanere appunto e non con l’andare, costruisce legami e non solitudini… Oggi la libertà è svalutata e sopravvalutata allo stesso tempo. Bisogna riconsiderare la libertà individuale come relazione con l’altro, anche se sembra contraddittorio e faticoso. Il singolo pezzo può ricostruire con l’altro un intero, inedito e originale, rivelando sorprese.

Parliamo ora delle opere che hai portato in mostra, come sono nate? Cosa dicono del tuo percorso artistico? In che modo hanno trovato posto all’interno di Frammenti. Atti di conservazione per un futuro di libertà?
In parte ho già risposto nella domanda precedente: le sculture presentate fanno parte delle serie Nothing as it seems ed Effimera. Sono fatte di unità frante e ricomposte su telai mobili composti da catene che permettono alla scultura di assumere forme costantemente differenti, ora fissate nella circonferenza, ora nella forma di un vaso, ma l’identità e l’origine di quella ceramica resistono al dramma della distruzione e continuano a farla chiamare vaso anche se ha perso tutte le sue funzioni. Qualcosa di questo è sopravvissuto: la sua identità, la sua immagine o il suo ricordo. E così la rottura diventa una possibilità di ricostruzione, di incontro e di trasformazione superando l’idea della distruzione come evento finale.