
Elisabetta Di Sopra (1969), veneziana d’adozione, pone al centro della sua ricerca il corpo e i gesti minimali come metafore dell’essere al mondo, esplorando storie di cura, maternità e memoria. Laureata all’Accademia di Belle Arti di Venezia con una tesi su Bill Viola, utilizza il video e la fotografia per indagare le emozioni con uno sguardo nitido e profondo.
La sua esperienza si riflette anche nella didattica e nella ricerca: ha tenuto lezioni sulla videoarte al Master in Fine Arts in Filmmaking di Ca’ Foscari ed è socia dell’Archivio Carlo Montanaro alla Fabbrica del Vedere. Le sue opere, presentate in mostre personali e collettive in spazi museali – tra cui il Museo d’Arte Orientale e il Museo Archeologico Nazionale di Venezia –, sono conservate presso l’archivio Videoarte Yearbook del MAMbo di Bologna.
ATTRAVERSAMENTI
Ex Carcere Sant’Agostino
La cella di un ex carcere e i corpi segnati dal trauma condividono la stessa natura: sono luoghi attraversati da una ferita, una fessura profonda nella carne di chi ha affrontato la malattia e nel tempo di chi è stato recluso. Ma la ferita non è un destino definitivo, è un punto di inizio. In questo perimetro di pietra, i corpi non nascondono le lesioni, ma le mostrano come varchi.
Ispirandosi alla tecnica del kintsugi, Elisabetta di Sopra ripercorre con il pennello d’oro le tracce del trauma: l’oro non cancella la cicatrice ma la illumina, rendendola una soglia di attenzione. La ricerca fotografica e performativa si focalizza su questa rinascita grazie alla collaborazione con il gruppo “Mastectomia semplice senza ricostruzione – FLAT Farfalle Libere”, donne che dopo l’intervento hanno scelto di accogliere e vivere il proprio corpo così com’è.
Qui la ferita si fa sorellanza: varcare questa cella significa comprendere che nessuna rottura è irreparabile. Come il corpo segnato può splendere più di prima, così ogni esistenza ha il diritto fondamentale di essere ricostruita. E di diventare oro.

