Martina Fontana

Martina Fontana

Martina Fontana (Prato, 1984) vive e lavora a Prato. Laureata nel 2007 presso l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, ha sviluppato un approccio artistico-scientifico improntato sulla sperimentazione. La sua ricerca figurativa esplora la materia e le relazioni interspecifiche, traendo profonda ispirazione dalla natura, dalla sua fenomenologia e dal corpo femminile. Attraverso l’uso di elementi sia naturali che sintetici – inclusi materiali tessili tradizionali come la seta – Fontana indaga il rapporto osmotico tra l’essere umano, lo spazio e l’ambiente circostante. Molto attiva anche nel sociale, dal 2016 al 2023 è stata referente per il progetto Art Factory di Dynamo Camp Onlus. Le sue opere e le sue installazioni site-specific sono state esposte in importanti contesti museali e gallerie nazionali e internazionali, tra cui spiccano le mostre personali La natura della difesa a Palazzo Besta in Valtellina (2024), Arma Mulieris al Castello Sforzesco di Vigevano (2023) e la recente mostra Habitat presso lo spazio culturale CARME a Brescia (2025). Dal 2026 è ideatrice e parte del direttivo artistico del progetto Carmi.Co, Carmignano Contemporanea, festival di arte diffusa nelle colline toscane.

www.martinafontana.com

TEMPO DI NON RESISTENZA
Ex Carcere Sant’Agostino

La ricerca ossessiva dell’artista sulle dinamiche del tempo, sul cambiamento e sulla fragilità che esso intrinsecamente rappresenta, si sviluppa nell’opera Tempo di non resistenza attraverso l’osservazione diretta del processo di crescita e trasformazione di un gruppo di Bombyx Mori. Allevati su un letto singolo per la durata di circa due mesi, i bachi del gelso sono stati nutriti e accuditi con pazienza conferendo una ritualità a questo atto di cura.

L’opera innesca una riflessione sulle attese che intercorrono tra l’inizio e la fine di un processo, sulla necessità di assoggettarci a un tempo determinato dai cicli della natura di cui noi facciamo parte, circostanza che spesso dimentichiamo. La trasformazione avviene solo dopo un processo di incubazione e destrutturazione del proprio io, necessario per una riconfigurazione in forma diversa. Il ritmo scandito dalla lenta tessitura del baco per la costruzione del suo bozzolo ci costringe ad arrenderci nell’attesa del cambiamento, a stare in una dimensione di sospensione. La fragilità e caducità di ciascuno, condizione messa in luce dallo scorrere del tempo, è di fatto una caratteristica di precarietà che conferisce valore alle esperienze che compiamo ogni giorno. I corpi dei Bombyx conservati in un teca rafforzano il memento mori evocato dall’opera.

L’installazione è completamente immersa nel suono/fruscio dei bachi che si nutrono di foglie evocandone la loro presenza nella stanza vuota.